Sistema difensivo di Verona

Sistema difensivo di Verona
Fortezze del Quadrilatero
Campo trincerato di Verona.jpg
Verona austriaca nel 1866, con evidenziato il campo trincerato esterno:

     Forti collinari e forti avanzati di pianura (1837 – 1843)

     Primo campo trincerato (1848 – 1856)

     Secondo campo trincerato (1859 – 1866)

Statobandiera Regno Lombardo-Veneto, dipendente da Austria Impero austriaco
Stato attualeItalia Italia
RegioneVeneto
CittàVerona
Coordinate45°25′53″N 10°59′08″E / 45.431389°N 10.985556°E45.431389; 10.985556Coordinate: 45°25′53″N 10°59′08″E / 45.431389°N 10.985556°E45.431389; 10.985556
Mappa di localizzazione: Italia
Sistema difensivo di Verona
Informazioni generali
TipoLinea difensiva permanente
Costruzione1833-1866
CostruttoreImperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona
Condizione attualeIn buono stato di conservazione
Proprietario attualeComune di Verona
Visitabile
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Il sistema difensivo di Verona è un imponente complesso militare, logistico e infrastrutturale costituito da cinte murarie, bastioni, forti, campi trincerati, magazzini e caserme, realizzato tra il 1814 e il 1866 durante la dominazione asburgica, che fece della città veneta, perno del cosiddetto "Quadrilatero", uno dei punti di forza del sistema strategico dell'Impero. La Verona austriaca divenne così piazzaforte d'armata, ovvero un centro che poteva rifornire l'intera guarnigione imperiale presente nel Regno Lombardo-Veneto, composto all'incirca da 100 000 soldati.[1]

Nello spazio urbano sono visibili ancora oggi, come in un atlante architettonico, opere monumentali che formano un repertorio di quasi 2000 anni di storia dell'arte fortificatoria, motivo per cui la città è stata decretata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO; tuttora restano imponenti i resti della città fortificata romana, il perimetro della città murata scaligera con i suoi castelli, la struttura della fortezza veneta, oltre che la finale e grandiosa disposizione della piazzaforte asburgica. La cinta magistrale, nel suo assetto definitivo, ha uno sviluppo di oltre 9 chilometri e occupa quasi 100 ettari di superficie con le sue opere: cortine, torri, rondelle, bastioni, fossati, terrapieni e spalti. Infine nel territorio circostante, situati nella campagna pianeggiante o sulle colline delle Torricelle, 31 forti (19 dei quali ancora esistenti) formavano l'ultimo e più moderno sistema cittadino, l'imponente difesa avanzata della piazzaforte absburgica.[2]

Il rafforzamento delle difese fu graduale, attuato per fasi: dal 1833 al 1841 venne ristrutturata la cinta magistrale, in risposta alla destabilizzazione del quadro politico europeo, che ebbe il suo apice nel 1830 con i moti liberali e la rivoluzione di luglio a Parigi; dal 1837 al 1843 furono costruite le fortificazioni collinari e i forti avanzati di pianura, i primi per impedire manovre di aggiramento a settentrione, i secondi per risolvere alcune carenze tattiche e difensive della cortina muraria; nel 1848, evidenziata con la battaglia di Santa Lucia l'importanza tattica di dominare il lungo terrazzamento naturale che si dipana a ovest di Verona, iniziò la costruzione di una prima linea di forti militari distaccati, che furono poi completati con opere permanenti in muratura entro il 1856; tra il 1859 e 1861 furono costruiti i forti del secondo campo trincerato, a maggiore distanza dalla città in modo da togliere efficacia alle nuove artiglierie, dotate di maggiore gittata; infine, nel 1866, questo secondo campo trincerato fu completato con due ulteriori forti in stile semipermanente, a causa dell'imminenza della terza guerra d'indipendenza italiana.

Le costruzioni militari austriache rappresentano «l'episodio saliente dell'arte a Verona del XIX secolo. Nessun'altra opera di pittura, scultura o architettura regge al confronto dell'importanza della mole e della vastità dei riferimenti con il paesaggio e con la storia».[3] L'Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona, infatti, si dimostrò rispettoso delle preesistenti mura comunali, scaligere e veneziane, integrandole nel nuovo sistema fortificatorio e aggiornandole in base alle nuove scoperte e necessità di ambito militare; quando dovette realizzare nuove fabbriche, invece, si confrontò con l'architettura romanica veronese, adeguando in questo modo i materiali da costruzione, il loro uso e le scelte di carattere formale e decorativo al contesto cittadino.[4]

Storia

Destabilizzazione del quadro politico e ristrutturazione della cinta magistrale

Lo stato definitivo delle mura veneziane di Verona al 1724.

Negli anni della Restaurazione, successivi al Congresso di Vienna, la situazione politica europea appariva tranquilla; nel 1830, però, un nuovo periodo di grave instabilità culminata nella rivoluzione di luglio a Parigi e nei moti liberali e rivoluzionari, fecero presagire all'Impero asburgico il rischio della genesi di un nuovo conflitto contro la Francia.[5][6] Appariva piuttosto evidente come la sicurezza dell'impero fosse direttamente legata alla difesa dell'eventuale teatro di guerra meridionale, che si sarebbe svolto nel Regno Lombardo-Veneto; era infatti opinione comune tra gli esperti militari, sulla base delle esperienze precedenti (come le guerre napoleoniche), che le linee del Reno e del Danubio avessero lo stesso valore di quelle del Mincio e dell'Adige e della conseguente necessità di rafforzare i presidi militari in Italia.[5][7]

Josef Radetzky, tra i primi a intuire l'importanza strategica di Verona nello scacchiere del Regno Lombardo-Veneto.

I vertici militari decisero allora di fortificare un'intera regione posta tra il territorio veronese e quello mantovano (che avrebbe poi preso il nome di "Quadrilatero") in ragione della collocazione geografica strategica, essendo posta tra le vie di comunicazione che collegano Veneto, Lombardia e Trentino. Inoltre questo territorio, data la posizione rilevante, già nei secoli precedenti era stato sottoposto a numerose opere di fortificazione, per cui era possibile per i Comandi imperiali usufruire delle strutture già esistenti, ristrutturandole e rinforzandole ove necessario, ottenendo un notevole risparmio economico e di tempi. In particolare, le località che meglio si prestavano a questa logica e che decisero di rafforzare, furono Verona e Legnago sull'Adige, Mantova e Peschiera sul Mincio, e Ceraino allo sbocco della Valdadige; tutte località distanti tra di loro non più di un giorno di marcia.[6]

Nel 1831 le fortificazioni urbane della cinta muraria cinquecentesca di Verona si presentavano al generale Josef Radetzky, comandante generale dell'armata del Regno Lombardo-Veneto, come le avevano lasciate le truppe napoleoniche dopo le devastazioni seguite al trattato di Luneville.[5] Questa pace, firmata il 9 febbraio 1801 tra Napoleone Bonaparte e l'Impero austriaco, provocò la divisione della città tra i due contendenti: la destra d'Adige rimase in mano ai francesi mentre la sinistra venne ceduta all'Austria.[8] Prima della consegna venne però deliberato da parte francese lo smantellamento delle difese della parte ormai perduta della città, per cui furono demoliti i castelli di San Pietro e di San Felice oltre che parte della cortina muraria di sinistra Adige; una volta trasferitisi nella loro parte di città, inoltre, i soldati napoleonici proseguirono nello smantellamento delle difese bastionate rimaste in loro mano.[8] Visto che però, secondo il proprio programma, la piazzaforte di Verona sarebbe dovuta diventare il centro di gravità della regione fortificata, il generale Radetzky decise di procedere con la ristrutturazione delle antiche difese cittadine.[5]

Il bastione di Santo Spirito ricostruito in una fotografia della seconda metà dell'Ottocento da cui si può osservare lo sviluppo planimetrico.
Dettaglio del bastione di San Bernardino, con il muro alla Carnot e il portale nascosto per le sortite esterne.

Caduti i presupposti dell'urgenza, all'inizio del 1832, come consigliato dal direttore generale del Genio Franz von Scholl, si avviò lo studio approfondito di un assetto difensivo con fortificazioni permanenti, di muratura e terra; l'arciduca Giovanni d'Austria si recò così a Verona per definire con Radetzky e Scholl l'ordinamento complessivo della cinta magistrale. Franz von Scholl, nel suo piano di ricostruzione, decise di conservare quanto possibile delle opere preesistenti, mantenendo quindi il tracciato originario della cinta muraria medievale e cinquecentesca e integrando i bastioni che non erano stati distrutti. I lavori, partiti nel 1833 e durati alcuni anni (si conclusero definitivamente nel 1841), furono diretti dallo stesso Scholl e da Johann von Hlavaty e riguardarono in particolare la cinta a destra d'Adige, il cui punto di forza divenne l'ordinamento a ritorni offensivi, o a "difesa attiva". I bastioni di San Zeno, di San Bernardino, di Santo Spirito, dei Riformati e della Santissima Trinità furono infatti tutti progettati su un medesimo schema planimetrico e funzionale: essi furono dotati di terrapieni su cui collocare le bocche da fuoco, con scarpate digradanti di terra, ai piedi delle quali venne edificato il muro distaccato "alla Carnot", dotato di feritoie per fucilieri e la difesa ravvicinata. Lungo questo muro, inoltre, venne collocata la caponiera difensiva sulla punta centrale e due "orecchioni" lungo le spalle, rientranti in modo da nascondere ampi portali da cui si potevano intraprendere le sortite offensive.[5][9]

Rimaneva tuttavia irrisolto il problema tattico del rideau, ovvero del terrazzamento naturale esteso dall'abitato di Santa Lucia e San Massimo fino a quello del Chievo, a ovest della città, dal quale il nemico avrebbe potuto ostacolare le sortite esterne dalla cinta magistrale.[5]

La cinta magistrale cittadina nel 1849, al termine dei lavori di sistemazioni delle parti che erano state demolite dai napoleonici.

La finalità delineata da Radetzky era quindi quella di convertire la città di Verona in perno di manovra e piazza di deposito per l'armata in campagna, da cui sostenere le operazioni difensive e controffensive nel territorio tra i fiumi Mincio e Adige, anche grazie all'appoggio delle piazzeforti di Peschiera, di Mantova e, secondariamente, di Legnago. Nonostante i lavori eseguiti sulla cinta muraria, tuttavia, questo programma era al momento attuato in modo incompleto, in quanto la piazzaforte non sarebbe ancora stata in grado di sostenere autonomamente un assedio, mettendo quindi a rischio le operazioni dell'armata imperiale.[5]

Costruzione dei forti collinari e avanzati di pianura

Franz von Scholl, uno dei massimi esponenti della scuola fortificatoria neotedesca e autore del primo piano di ristrutturazione della cinta magistrale oltre che progettista di numerosi forti.

Franz von Scholl, per conferire a Verona la capacità di resistere a un assedio e renderla così idonea a custodire le risorse dell'armata, avvertì la necessità di dotare la città di un ulteriore estensione fortificatoria con opere distaccate. Egli delineò quindi una prima formulazione difensiva proiettata all'esterno del corpo di piazza, riconducibile alla nuova teoria del campo trincerato ottocentesco a forti distaccati. I progetti predisposti negli anni compresi tra il 1834 e il 1838, non attuati per le limitazioni imposte dall'Erario imperiale, prevedevano la disposizione di forti sul ciglione naturale di Santa Lucia e su quello di Santa Caterina per chiudere la grande ansa dell'Adige in corrispondenza di San Pancrazio, in modo da formare una poderosa testa di ponte offensiva.[5]

Una delle Torri Massimiliane in una fotografia di fine Ottocento.
L'interno della casamatta anulare per artiglieria di una delle torri collinari.

Nei lavori eseguiti dal 1837 Scholl perseguì finalità più circoscritte, prevalendo l'esigenza di eliminare le carenze tattiche e difensive della cinta magistrale. Sulla sinistra d'Adige, per impedire manovre di aggiramento a settentrione (già eseguite dai francesi nel 1805), nel 1837 vennero così edificate sui crinali di Santa Giuliana quattro torri casamattate, dette Torri Massimiliane per via delle analogie con le torri realizzate a Linz pochi anni prima, ideate dall'arciduca Massimiliano d'Absburgo-Este, eminente teorico dell'arte della guerra. Tra il 1838 e il 1841 il campo trincerato collinare venne completato a meridione, sulle alture di San Mattia e di San Leonardo, dalla sequenza di altri due forti e da una torre massimiliana completa di recinto perimetrale (forte San Mattia e di San Leonardo, dalle alture su cui vennero edificati, e il forte Sofia, disegnata su modello delle torri massimiliane). A queste opere venne assegnata l'ulteriore funzione di sottrarre al nemico posizioni dominanti prossime al settore occidentale della cinta magistrale, dal colle San Felice fino alla chiesa di San Giorgio, in riva al fiume. In ambito collinare, ma sul versante opposto, un piccolo forte viene edificato sull'altura Biondella, che non poteva essere battuta da nessuna posizione della cinta magistrale retrostante. Costruito nel 1838, il forte Biondella batteva a tiro radente il versante orientale della collina, altrimenti coperto da un angolo morto, e impediva così al nemico di avvicinarsi alla cinta collinare, non visto, dalla Valpantena. Nel suo insieme, questo sistema fortificato collinare controllava a occidente la valle di Avesa e la strada del Tirolo; a meridione la Campagnola; al suo interno la Valdonega; a settentrione i crinali delle ultime propaggini della Lessinia; a oriente la Valpantena.[5]

Le fortificazioni del campo trincerato collinare furono collegate alla cinta magistrale da una rete di percorsi militari, adeguati al rapido trasporto di truppe e artiglieria trainata a cavallo. La più celebre è la cosiddetta "lasagna", che fuori da porta San Giorgio si inerpica, nella profonda trincea scavata nel vivo del tufo, verso il forte Sofia e il forte San Leonardo, il cui nome popolare deriva dalle corsie di pietra, tuttora presenti, atte a sopportare i pesanti carri dell'artiglieria.[5]

Nel progetto e nella costruzione degli otto forti collinari, Scholl affrontò complessi problemi di adattamento alla morfologia del sito, assai accidentato, che risolse con forme di sorprendente articolazione planimetrica e volumetrica. Inoltre, in base alle teorie settecentesche elaborate da Marc Renè de Montalembert e prendendo spunto dalle antecedenti torri per artiglieria svedesi (realizzate tra 1689 e 1731), elaborò un originale modello di fortificazione a tracciato circolare, integrata a un recinto avanzato poligonale. Nel disegno di Scholl traspaiono anche i modelli dell'arciduca Massimiliano per le torri di Linz e le soluzioni quasi coeve per le torri costiere di Trieste e di Pola.[5]

Le casematte e le postazioni di artiglieria sulla copertura terrapienata del forte Gazometro, con sullo sfondo la città di Verona.

Il medesimo programma di integrazione fortificatoria della cinta magistrale venne applicato anche in pianura. Sulla sinistra d'Adige si impose la costruzione di un'opera avanzata per rendere compatibile la presenza del nuovo cimitero monumentale, realizzato davanti alla cinta presso il bastione di Campo Marzo. Una possente batteria casamattata su due piani, a segmento di torre (o Segmentthurm), fu inoltre anteposta al cimitero, verso l'Adige. Costruito nell'anno 1838, il forte venne intitolato al luogotenente feldmaresciallo Franz von Scholl, che ne aveva dato il progetto, anche se successivamente venne più semplicemente denominato forte Gazometro, dalla presenza a breve distanza di tali impianti industriali.[5]

Planimetria dell'imponente forte San Procolo, costruito tra 1840 e 1841 sullo stile di Scholl.

Sulla destra d'Adige, un grande forte venne situato nel settore settentrionale, accanto alla riva del fiume, davanti al fronte bastionato interposto tra il bastione di San Procolo e il bastione di Spagna. La sua principale funzione era di battere la depressione dell'antistante spianata. Nell'imponenza d'impianto, il forte San Procolo, costruito tra 1840 e 1841, richiama lo stile di Scholl. Ne rispecchia anche la sua prima proposta, non attuata, per la difesa indiretta del ciglione Santa Lucia-San Massimo, che prevedeva capisaldi fortificati collaterali: sull'ala sinistra la testa di ponte di Santa Caterina; al centro tre forti davanti a porta Nuova; sull'ala destra il forte San Procolo.[5]

Franz von Scholl, morto nel 1838, è considerato il più eminente architetto militare dell'Impero austriaco, in quanto con spirito eclettico aveva sperimentato a Verona nuovi sistemi di fortificazione, adattandoli al luogo, al terreno d'impianto, in accordo alle preesistenze della cinta magistrale. Egli trasmise un'eredità di sapienza costruttiva e urbanistica, di sensibilità estetica e paesaggistica che diede fondamento alla cultura fortificatoria absburgica e che verrà messo a frutto nei successivi piani per i forti distaccati veronesi. Nell'architettura dei forti collinari, nei progetti non attuati per i forti di pianura, Scholl esemplificò in stile grandioso la nuova teoria fortificatoria del sistema poligonale misto, elaborato dalla scuola neotedesca nell'originale sintesi tra le teorie di Montalembert e Carnot.[5]

Costruzione del primo campo trincerato di pianura

Austriaci in difesa del villaggio di Santa Lucia durante l'omonima battaglia, episodio che dimostrò la necessità di realizzazione di un campo trincerato lungo il rideau di Santa Lucia-San Massimo.

La validità delle proposte tattiche e fortificatorie formulate dal feldmaresciallo Radetzky e dal luogotenente feldmaresciallo Franz von Scholl, non attuate per ragioni di economia, venne dimostrata sul campo durante la prima guerra d'indipendenza italiana, nel 1848, condotta contro l'esercito sardo-piemontese, e in particolare dalla battaglia di Santa Lucia, svoltasi davanti alla piazzaforte di Verona. Nella giornata del 6 maggio 1848, infatti, proprio lungo il rideau di Santa Lucia-San Massimo, nei pressi dell'omonimo borgo, avvenne lo scontro maggiore; questi erano i luoghi che già nel 1833-1838 Scholl avrebbe voluto assicurare alla difesa con i tre capisaldi fortificati esterni di Santa Caterina, Porta Nuova, San Procolo, o presidiare direttamente con opere distaccate.[10]

Immediatamente dopo la battaglia, il 15 maggio 1848, Radetzky ordinò quindi la costruzione di sette ridotte (di sola terra) da disporre a destra d'Adige, lungo il margine del rideau, il terrazzamento naturale arcuato che domina la spianata che anticipa la città veneta. Esse formarono la linea del primo campo trincerato: a est è connessa all'Adige presso Tombetta (Basso Acquar, Campo del Matto), segue poi il ciglione fino a San Massimo, infine declina verso la spianata, in direzione dell'esistente forte San Procolo, dove si conclude.[10]

Johann von Hlavaty, direttore del k.k. Genie-Direktion Verona e progettista dei primi forti del campo trincerato di pianura.

Il disegno delle ridotte poligonali in terra venne predisposto per la successiva costruzione, al loro interno, di torri a prova di bomba, annesse al fronte di gola. Le ridotte furono ultimate alla fine del 1848 mentre le torri casamattate, a tracciato circolare, furono costruite nel 1849 all'interno delle ridotte Radetzky (o forte San Zeno), d'Aspre (o forte Fenilone), Wratislaw (o forte Palio), Clam (o forte Porta Nuova), che si trasformarono così in vere e proprie fortificazioni distaccate; nel medesimo periodo si edificò la torre isolata Culoz (o torre Tombetta), presso l'ansa discendente dell'Adige, davanti all'omonimo abitato. Il progetto di questi primi forti del campo trincerato (le cui opere furono intitolate ai comandanti che si erano distinti durante la battaglia di Santa Lucia) si deve al direttore del Genio Johann von Hlavaty, al quale successe nel 1850 Conrad Petrasch.[10]

Immagine del forte Porta Nuova a seguito dell'ultimazione delle opere permanenti, nel 1849.
Icnografia di forte Palio del 1865 e quindi completo del muro distaccato alla Carnot e delle tre caponiere realizzate nel 1859.

Ristabilita la pace, tra il 1850 e il 1852 si completò il primo campo trincerato estendendolo sulle ali in modo da agganciarlo, a monte e a valle, alla riva destra dell'Adige: sul ciglione, davanti a Chievo, furono costruiti i forti Chievo e della Croce Bianca; sul ciglione di Santa Caterina il grande forte Santa Caterina, opera divenuta fondamentale a seguito della costruzione dell'alto rilevato della ferrovia Ferdinandea, nel 1849, che aveva definitivamente limitato l'azione del forte Gazometro e delle artiglierie poste sulla cinta magistrale. Tra il 1854 e il 1856, sulla riva sinistra, il campo trincerato venne completato dal forte San Michele, presso Madonna di Campagna, a cavallo della strada per Vicenza, e dalla postazione campale annessa al castello medioevale sul colle di Montorio.[10]

Sulla destra d'Adige, i forti distavano dalla cinta magistrale tra gli 800 e i 2300 metri, secondo la posizione obbligata dalla linea naturale del rideau, mentre l'intervallo tra l'uno e l'altro misurava mediamente 800 metri. Sulla sinistra d'Adige, invece, il forte San Michele distava da porta Vescovo 3200 metri; la sua posizione era collaterale all'altura fortificata di Montorio, e con essa faceva sistema. Era tenuta, inoltre, la necessaria distanza di rispetto dal retrostante borgo di San Michele extra moenia.[10]

Conclusa la seconda guerra d'indipendenza italiana, con l'armistizio di Villafranca dell'11 luglio 1859, alcuni forti del rideau furono poi completati con organi per la difesa ravvicinata: muri distaccati alla Carnot, caponiere e muri di chiusura del fronte di gola. I lavori interessano i forti San Zeno, San Massimo, Fenilone, Palio, Porta Nuova. Nello stesso tempo i comandanti militari absburgici cominciarono a valutare la necessità di una nuova linea, più avanzata, di forti distaccati, per far fronte all'aumento di gittata delle nuove artiglierie ad anima rigata, già impiegate sul campo di battaglia.[10]

Il portale neoclassico d'accesso al forte Chievo, realizzata tra 1850 e 1852 come estensione verso il fiume Adige del campo trincerato.

Anche i forti del primo campo trincerato appartengono, come quelli progettati da Scholl, al nuovo sistema poligonale misto della scuola fortificatoria neotedesca, sperimentato dopo il 1820 nei cantieri delle piazzeforti Federali, sul Reno e sul Danubio. I forti erano costituiti dal terrapieno a impianto poligonale, predisposto per le artiglierie in barbetta, difeso all'esterno dal muro distaccato alla Carnot, con le caponiere per la difesa ravvicinata, e dall'antistante fosso asciutto. All'interno dell'opera, in posizione centrale, si ergeva il ridotto casamattato, la cui pianta poteva variare e articolarsi secondo le specifiche funzioni difensive. Il limite irregolare del campo trincerato, discontinuo ma perfettamente chiuso dall'incrocio dei tiri d'artiglieria, era fissato dal terrazzamento di origine alluvionale e da considerazioni geometriche. L'irregolarità del terreno si rifletteva sia sulla disposizione nello spazio campestre delle singole opere, sia sulla loro configurazione planimetrica, entrambe condizionate dal reciproco fiancheggiamento e dall'efficacia dell'azione offensiva.[10]

Grazie a questo articolato sistema la piazzaforte di Verona divenne in grado di resistere a un assedio regolare e a fungere, come da volontà di Radetzky, da "piazza di manovra e di deposito". Nello spazio del campo trincerato l'armata austriaca avrebbe infatti trovato sicura protezione nelle manovre di ripiegamento, avendo poi la possibilità di riprendere l'azione offensiva. Inoltre, l'abitato venne sottratto al bombardamento, così fu possibile inserire all'interno del nucleo urbano attrezzature logistiche secondo un piano di sistemazione urbana a grande scala condotto da Conrad Petrasch.[10]

Costruzione del secondo campo trincerato di pianura

L'incontro fra Napoleone III e Francesco Giuseppe I presso Villafranca di Verona, dove venne firmato l'omonimo armistizio, che portò alla perdita da parte dell'Impero austriaco della Lombardia, con conseguente avvicinamento a Verona del confine con il Regno di Sardegna.

Dopo la seconda guerra d'indipendenza, conclusa con i preliminari di Villafranca e la successiva pace di Zurigo del 10 novembre 1859, il sistema fortificato del Quadrilatero assumeva importanza vitale per la sicurezza absburgica in Italia. In seguito alla cessione della Lombardia al Regno di Sardegna, la frontiera dello Stato venne infatti a coincidere con la linea del Mincio, ossia proprio con il fronte occidentale del Quadrilatero. La costituzione del Regno d'Italia nel 1861 e la non celata aspirazione ad annettere anche il Veneto, rese necessario, per i comandanti absburgici, pianificare la difesa secondo un disegno strategico di dimensione regionale.[11]

Le stesse fortificazioni del Quadrilatero furono poi coordinate in un sistema più ampio che si estendeva da Venezia, vastissima piazzaforte terrestre e marittima, a Rovigo, formidabile testa di ponte offensiva sul basso Adige, caratterizzata dalla presenza di quattro forti costruiti tra il 1862 e il 1863. Lo stesso Quadrilatero era integrato e ampliato con: una doppia testa di ponte sul fiume Po, a Borgoforte, per un totale di altri quattro forti costruiti negli anni 1860-1861; con le fortificazioni collinari di Pastrengo, per costituire una testa di ponte sulla destra d'Adige, per un totale di quattro forti costruiti nel 1861; il sistema di sbarramento della Chiusa Veneta allo sbocco della valle atesina, che era già stato munito tra il 1849 e il 1852, con la tagliata stradale e i tre forti situati sui dominanti dintorni rocciosi.[11]

Oltre al riassetto politico (e militare) del territorio, bisognò tener conto delle straordinarie innovazioni tecniche nella costruzione delle macchine da guerra, con l'avvento sui campi di battaglia delle artiglierie a retrocarica e con anima rigata, che imponeva una profonda revisione nell'assetto delle piazzeforti e nell'ordinamento costruttivo delle singole opere fortificate. Ciò avveniva a causa della maggiore gittata delle bocche da fuoco (che poteva raggiungere i 4500-6000 metri), del notevole aumento di precisione nel tiro e dell'accresciuta potenza di penetrazione ed esplosiva dei proiettili cilindrico-ogivali.[11]

Il forte Parona, edificato sulla riva destra per presidiare il nuovo ponte della ferrovia di Parona.

Per proteggere Verona, la principale piazza di deposito e di manovra del Quadrilatero, il campo trincerato del rideau divenne pertanto insufficiente, in quanto in parte incompleto e soprattutto troppo vicino alla cinta magistrale rispetto alla gittata delle nuove artiglierie. Subito dopo la guerra, ancora nel 1859, si cominciò a mettere mano a una ulteriore estensione del campo trincerato, alle estremità della linea fortificata già esistente: sulla riva destra dell'Adige, a nord-ovest, venne edificato il forte Parona, a presidiare il nuovo ponte ferroviario di Parona; a nord-est, sul colle di Montorio presso l'antico castello scaligero, già durante la guerra, furono disposte batterie provvisorie per completare la difesa del settore orientale (in seguito la fortificazione venne resa definitiva e prese il nome di forte Preara), in concorso con il forte San Michele. Queste estensioni fortificatorie preludevano al definitivo ampliamento del campo trincerato con una nuova linea più avanzata a forti distaccati, per sottrarre al bombardamento d'artiglieria il corpo di piazza, con i suoi primari stabilimenti militari, opifici e caserme, nonché la stessa comunità civile.[11]

Fotografia di Moritz Lotze del forte Dossobuono.
Uno dei due ingressi monumentali del forte Lugagnano.

Nella primavera del 1860 l'arciduca Leopoldo, ispettore generale del Genio, era a Verona per presiedere la commissione riunita per stabilire la disposizione dei nuovi forti distaccati, che avrebbero dovuto formare la linea più avanzata del campo trincerato. Sul fronte principale della piazzaforte, a destra d'Adige, la nuova linea fortificata si dispiegava su un tracciato lungo 15 chilometri. A nord iniziava, sull'Adige, con il forte Parona, in costruzione, e comprendeva il forte Chievo, preesistente; poi disegnava nella pianura un grande arco avanzato, alla distanza media di 3500-3800 metri dalla cinta magistrale. Su di esso, a intervalli di 2000-2700 metri, si stabilì la costruzione di quattro forti, situati rispettivamente davanti a San Massimo (forte Lugagnano), davanti a Santa Lucia (forte Dossobuono), sulla strada per Azzano (forte Azzano) e davanti a Tomba-San Giacomo (forte Tomba). A sud-est si individuò inoltre la quinta posizione da fortificare presso la riva dell'Adige, a Cà Vecchia, dove venne successivamente edificato l'omonimo forte, durante la terza guerra d'indipendenza, nel 1866. Si decise inoltre di rafforzare il settore orientale, di riva sinistra, con una nuova opera sul colle di Montorio (il citato forte Preara) e con l'adattamento del castello scaligero per le numerose postazioni d'artiglieria da fortezza. Si individuò, inoltre, una posizione intermedia in pianura tra il forte San Michele e il colle di Montorio, dove venne eretto nel 1866 il forte Cà Bellina.[11]

Nel piano delineato dall'arciduca Leopoldo, con il direttore del Genio e il comandante dell'Artiglieria, Verona raggiunse la sua massima estensione di città fortificata, alla fine di una lunga evoluzione durata quasi duemila anni.[11]

Fotografia aerea del forte Dossobuono, del tutto simile sia in pianta che in elevato ai forti Lugagnano, Azzano e Tomba.

I forti del campo trincerato di riva destra furono costruiti secondo un modello unico, adattabile alle diverse posizioni e agli specifici compiti difensivi di combattimento. Il progetto guida, definito a Vienna dalla General Genie Inspection, deriva direttamente dai disegni elaborati dal capitano Daniel von Salis-Soglio (1826-1919), in servizio alla k.k. Genie-Direktion Verona. Il capitano, che nel 1861 aveva progettato e diretto i lavori dei quattro forti della testa di ponte di Pastrengo e che aveva da poco iniziato i lavori del forte Parona, aveva tenuto conto per quest'ultima serie di fortificazioni di un progetto delineato nel 1855 dal precedente Genie Direktor, Conrad Petrasch. Salis-Soglio, che divenne uno dei più illustri architetti militari europei del secondo Ottocento, diede la prima grande prova del suo talento tecnico e artistico proprio a Verona, nei quattro forti del secondo campo trincerato di riva destra, progettati ed edificati in un solo anno. All'immenso cantiere, concluso nella primavera del 1861, operarono giornalmente sino a 13 000 operai, con il capitano austriaco che coordinava il gruppo dei progettisti esecutivi e i direttori dei lavori, composto da otto ufficiali del Genio; egli stesso diresse il cantiere del forte Lugagnano.[11]

Daniel von Salis-Soglio, illustre architetto militare e progettista dei quattro forti distaccati di riva destra, oltre che quelli.

I quattro forti del Salis, Lugagnano, Dossobuono, Azzano e Tomba, riassumono l'essenza del sistema di fortificazione poligonale austro-prussiano; qui la scuola fortificatoria neotedesca raggiunse un risultato di eccellenza; oltretutto sempre qui nacquero, nel 1866, i prototipi della nuova fortificazione con le opere di Andreas Tunkler.[11]

Completamento del secondo campo trincerato di pianura

Nell'imminenza della terza guerra d'indipendenza italiana, nel 1866, Verona era ormai una delle più vaste e sicure piazzeforti dell'Impero absburgico ed era dotata delle più moderne attrezzature logistiche, collegate da un'efficiente rete ferroviaria alle altre piazzeforti del sistema difensivo veneto, nonché al centro dell'Impero, tanto che il suo caso divenne celebre in tutta Europa.[12]

Ingegneri dell'Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona, con al centro (probabilmente) Andreas Tunkler, uno dei più illustri operatori del Corpo del Genio in Europa e autore di una nuova tipologia di fortificazioni, che vide le opere veronesi come prototipo.

Il 22 aprile 1866, pochi giorni dopo la conclusione dell'alleanza tra Prussia e il neonato Regno d'Italia, il distaccamento del Genio presso l'Alto Comando d'Armata, decretò a Verona la preparazione dello stato di difesa in tutte le piazzeforti del Veneto. Si decise quindi di dotare le opere di fortificazione permanente (cinte magistrali urbane e forti distaccati, costruite in tempo di pace per l'impegno richiesto dai colossali cantieri) di opere complementari, allo scopo di aumentare la capacità di resistenza, la sicurezza e l'efficacia dell'azione di combattimento. Tali provvedimenti, costruiti con terra battuta, legnami, gabbioni di vimini e altri materiali deperibili, riguardarono: le postazioni di artiglieria dei forti esistenti, dove vennero rafforzati i parapetti e costruiti merloni; le piazzole, dove si realizzarono ricoveri terrapienati per i serventi dell'artiglieria e per i rifornimenti delle polveri; le polveriere stesse, che vennero irrobustite con spessori di terra battuta; l'esterno delle fortificazioni, dove si apprestarono ostacoli passivi, come recinti di robusti pali acuminati e alberi tagliati con i rami rivolti verso il nemico. Inoltre nei forti esterni si costruirono nuovi ricoveri per uomini e quadrupedi, con strutture lignee blindate. Infine, tra i forti del campo trincerato, gli intervalli furono integrati con batterie campali intermedie. Il tutto era in gran parte ultimato all'inizio delle ostilità, il 23 giugno 1866, per cui Verona e le piazzeforti del Quadrilatero erano in completo assetto da guerra, pronte a sostenere un attacco nemico.[12]

A Verona, in particolare, fu integrata la prima linea del campo trincerato mediante la realizzazione di grandi batterie campali erette negli intervalli tra i forti di cintura, alcune delle quali presero il nome delle vicine corti rurali: sulla riva destra, dal forte Lugagnano all'Adige, le batterie Fenilone, Martinelli, Torcolo, Legnago, Palazzina e Sant'Andrea; sulla riva sinistra le batterie Casotte e Sandri, situate tra il forte San Michele e l'ansa fluviale di San Pancrazio.[12]

Il terrapieno del fronte principale del forte Cà Bellina con le postazioni di combattimento; sullo sfondo, il castello scaligero di Montorio.
Il terrapieno con i ricoveri per la guarnigione e la palizzata del fronte di gola del forte Cà Vecchia.

A questi dispositivi per la preparazione della difesa si aggiunsero interventi straordinari, di completamento della linea avanzata del campo trincerato, per colmare le lacune dello schieramento. Sulle posizioni già individuate e stabilite dalla commissione presieduta dall'arciduca Leopoldo nel grande piano fortificatorio del 1860, furono eretti due grandi forti: il primo, il forte di Cà Vecchia, a chiudere la linea avanzata presso la riva destra dell'Adige; il secondo, il forte Cà Bellina, sulla riva sinistra, a consolidare il fronte orientale tra il forte San Michele e il colle di Montorio. I progetti furono elaborati con straordinaria celerità dal tenente colonnello Andreas Tunkler, che nella seconda metà dell'Ottocento era ritenuto uno dei più illustri operatori del Corpo del Genio in Europa, anche per via della ragguardevole attività scientifica e tecnica come trattatista delle fortificazioni, presso l'Accademia absburgica di Kloster Bruck.[12]

Tunkler, il cui nome è scolpito all'interno dello stabilimento della provianda di Santa Marta, fu l'ultimo grande architetto militare nella millenaria storia di Verona fortificata. Data l'urgenza, previde la costruzione di due forti in stile semipermanente, ossia costituiti da opere di terra, di legname e con il minimo impiego di murature; furono tuttavia disegnati in modo che, ristabilita la pace, potessero essere completati, in stile permanente, con le opere murarie: rivestimenti di scarpa attorno ai terrapieni, poterne voltate, caponiere e traverse casamattate, ricoveri e polveriere a prova di bomba. I lavori, ultimati il 23 maggio 1866, vennero condotti con grande celerità e conclusi completamente verso la metà di agosto, quando ormai l'armistizio era già stato firmato.[12]

Tunkler venne comunque insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine di Leopoldo per la straordinaria impresa edificatoria di cantiere e per la progettazione di due forti considerati come modelli per le fortificazioni contemporanee (da cui ebbe origine il forte "tipo Tunkler", applicato nelle nuove difese permanenti delle principali piazzeforti europee del secondo Ottocento, particolarmente in Prussia), adeguati all'evoluzione tecnologica delle perfezionate artiglierie ad anima rigata, con retrocarica. Purtroppo i due capolavori veronesi, di speciale significato tecnico e storico, sono andati perduti proprio a causa dell'utilizzo di materiale deperibile e la non trasformazione in forti permanenti, causata dall'annessione del Veneto al Regno d'Italia.[12]

Logistica

Cartografia del 1888, indicante le fortezze del Quadrilatero.

Tra la metà degli anni trenta dell'Ottocento e il 1866, nel nucleo urbano di Verona si attuò un piano di progressivo inserimento di edifici e stabilimenti militari, destinati alle varie attività ed esigenze logistiche dell'esercito absburgico, per via della funzione strategica che il feldmaresciallo Radetzky attribuì alla città. Inoltre, dopo la prima guerra d'indipendenza nazionale, essa divenne centro vitale del dispositivo fortificatorio del Quadrilatero, con le tre piazzeforti avanzate di Peschiera, Mantova e Legnago cui competevano le funzioni operative di combattimento, come piazzeforti di manovra, e la città scaligera che, oltre alla funzione di piazzaforte di manovra, svolgeva il ruolo di piazzaforte di deposito, in quanto il suo assetto fortificatorio garantiva all'armata austriaca una base d'appoggio per ripiegamenti tattici, ritorni offensivi e manovre di guerra. Infine, la posizione geografica della città, in diretto collegamento stradale e ferroviario con il centro della monarchia absburgica, e la sua posizione nel teatro di guerra, protetta dalle altre piazzeforti avanzate del Quadrilatero, conferivano a Verona le caratteristiche speciali necessarie a ergersi a piazzaforte di deposito.[13]

Vista a volo d'uccello del 1866 di Verona.

Visto il suo ruolo, le venne conferita un grado di consistenza fortificatoria tale da non essere soggetta a colpi di mano e da resistere a operazioni di assedio regolare, garantendo inoltre che il nucleo urbano, nel quale furono insediati gli edifici e gli stabilimenti militari, fosse sottratto al bombardamento nemico; necessarie condizioni di sicurezza che furono garantite dalla duplice linea del campo trincerato.[13]

Articolazione degli edifici e stabilimenti militari

Lo stabilimento della provianda di Santa Marta, costruito tra il 1863 e il 1865, era in grado di produrre circa 55 000 kg di pane e gallette ogni giorno, impiegando circa 150 operai.[14]

All'interno della cinta magistrale, la complessa pianificazione degli edifici e degli stabilimenti militari doveva quindi rispondere a due distinti ordini operativi: il primo riguardava i servizi logistici necessari alla piazzaforte; il secondo riguardava i servizi logistici necessari all'armata d'Italia mobilitata per la guerra.[13]

Si tenga conto che nel 1866, in tempo di guerra, a difesa della piazzaforte, del corpo di piazza e dei forti esterni, vi era un presidio costituito da ben 13 000 soldati, ai quali si aggiungevano 1600 cavalli per le varie esigenze di mobilità e trasporto e una dotazione complessiva di oltre 500 bocche da fuoco, che necessitavano di caserme per l'acquartieramento dei militari, stabilimenti e magazzini per produrre e custodire le munizioni da guerra, nonché tutte le altre dotazioni necessarie alla vita degli uomini, dei quadrupedi e al combattimento. Ulteriori pianificazioni riguardavano poi il secondo ordine operativo appartenente alla piazza di deposito, ossia i servizi logistici di supporto all'armata di campagna: nel 1850 Radetzky stabilì che all'armata d'Italia, sul piede di guerra, fosse conferita la forza di 70 000-80 000 uomini, ma nel 1859 gli uomini sul campo di battaglia furono addirittura 110 000, con 384 pezzi d'artiglieria e con diverse migliaia di quadrupedi.[13]

L'ospedale di guarnigione di Santo Spirito, caratterizzato dall'imponente colonnato di ordine gigante che affaccia lungo stradone Porta Palio, era in grado di ospitare fino a 2000 pazienti e rispondeva alle più aggiornate regole dell'igiene edilizia e della scienza medica.[15]

Seguendo i principi dell'urbanistica militare ottocentesca, gli edifici militari per i servizi logistici furono conseguentemente distinti in due classi, ossia gli edifici e gli stabilimenti militari necessari per le esigenze esclusive della piazzaforte e quelli necessari per le esigenze generali dell'armata, con un servizio di Provianda con riserve di grano e fieno rinnovate periodicamente, che era in grado di alimentare l'intero esercito sul campo di battaglia, senza gravare la collettività civile con requisizioni o depredazioni.[13]

Per le esigenze esclusive della piazzaforte furono quindi realizzate le seguenti strutture: le caserme di fanteria e di cavalleria; gli stabilimenti della Provianda con i relativi magazzini e depositi vari per i viveri; gli stabilimento delle monture, con i relativi magazzini e depositi di vestiario per i soldati e finimenti per i cavalli; edifici e altri stabilimenti per l'artiglieria da fortezza; cantiere delle fortificazioni, nel quale furono custoditi tutti i materiali e le attrezzature per i lavori del Genio, relativi magazzini e depositi, con le officine e i locali per la conservazione delle attrezzature antincendio; l'ospedale di guarnigione; il Comando di Piazzaforte e la Residenza del Comandante, con il relativo personale per il Comando di piazza, la Giustizia militare, il Cappellano e il Commissario militare; la Direzione del Genio, con gli uffici per gli ufficiali ingegneri e il personale tecnico edile, e con l'alloggio del Direttore; le carceri.[13]

Il padiglione del Comando dell'arsenale di artiglieria della Campagnola; lo stabilimento, realizzato tra il 1854 e il 1861 su modello di quello viennese, raggiunse la ragguardevole dimensione di 62 000 m² su cui furono edificati 10 edifici destinati a magazzini e laboratori.[15]

Invece, per le esigenze generali dell'armata furono invece realizzate le seguenti strutture: uno stabilimento della Provianda con riguardo all'approvvigionamento dell'armata in tempo di guerra; edifici e stabilimenti per l'artiglieria da campagna; la caserma dei pionieri, con i magazzini e depositi per gli equipaggiamenti da ponte; i magazzini e depositi per il parco d'artiglieria d'assedio, con le relative attrezzature e materiali, oltre a caserme per le truppe di artiglieria e del Genio addette alle operazioni d'assedio; un grande ospedale d'armata; magazzino e deposito per le attrezzature da accompagnamento; grandi arsenali di produzione con fonderie e banchi di trapanatura.[13]

In più di cinquant'anni di dominazione austriaca sono così stati realizzati più di cinquanta edifici o complessi di edifici, che rappresentano un repertorio, assai raro, di uno genere di architettura specialistica, con tipi e forme peculiari e con opere di nuovo impianto o ereditate dal passato. Le strutture di maggiori dimensioni, realizzate ex novo (tra cui sono da citare in particolare le caserme di fanteria e cavalleria del Campone, la caserma Castel San Pietro, l'arsenale di artiglieria della Campagnola, l'ospedale di Santo Spirito e la provianda di Santa Marta), andarono a riempire spazi interposti tra la cortina muraria e il territorio urbanizzato, rimasti vuoti per secoli, o a occupare posizioni di rilievo nel paesaggio urbano, visibili da tutta la città.[13][16]

Questi edifici, invece che assumere aspetti che potessero simboleggiare la forza della monarchia occupante, andarono a commisurarsi con le preesistenze architettoniche: il genius loci scaligero è andato così a confrontarsi con il Rundbogenstil, il nascente linguaggio architettonico germanico, con il risultato di ottenere nuovi edifici disegnati nello stile dello storicismo romantico, neoromanico o neogotico. I risultati ottenuti si devono agli operatori dell'Imperial Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona, colti progettisti che si formarono per la maggior parte alla Genie Akademie di Vienna; essi, infatti, si dimostrarono attenti a cogliere le peculiarità del luogo in cui operarono, oltreché conoscitori dell'architettura medievale e rinascimentale veronese, di cui ne compresero le qualità. Probabilmente il riferimento a elementi del linguaggio cittadino, con risultati tutt'altro che scontati, fu sentito necessario da parte dei progettisti stessi, in quanto tramite la riconoscibilità di questi stilemi sancivano l'integrazione di questi edifici, altrimenti "stranieri".[17]

Caserme

Una delle due caserme del Campone, edificate tra 1844 e 1850, le quali potevano ospitare un migliaio di soldati ciascuna oltre a 370 cavalli.[18]

Nell'architettura delle caserme ottocentesche si riconosce l'alto livello tecnico e artistico della progettazione degli ufficiali absburgici: attenti alla funzionalità, alla salubrità degli interni, alla giusta economia nella costruzione, riuscirono comunque ad affermare un carattere figurativo monumentale, della civile rappresentanza, con soluzioni desunte dagli orientamenti stilistici propri del tempo.[13]

Il fronte posteriore della caserma di Castel San Pietro, grande edificio contente ben 87 vasti ambienti.[18]

Due furono gli interventi di maggior spicco per il loro significato tecnico e artistico. Uno è il grande complesso erariale del Campone, per fanteria e cavalleria, che nel 1841 diede l'avvio all'imponente ciclo degli edifici militari absburgici in città; si trattò di un intervento esemplare, che ha il suo diretto antecedente architettonico nelle caserme tardo-settecentesche, in stile classico, di Theresienstadt, la piazzaforte boema alla quale, tra l'altro, operò il feldmaresciallo Carlo Pellegrini (1720-1796), veronese. Di singolare interesse è poi la caserma di Castel San Pietro, per fanteria con distaccamento d'artiglieria, edificata nel 1856 sui resti del castello visconteo. Fu la sua architettura a introdurre a Verona il nuovo stile storicistico mitteleuropeo: il Rundbogenstil. Situata sull'omonimo colle, la caserma è divenuto un punto di riferimento paesaggistico, e nello stesso tempo, dalla sua copertura merlata a terrazza, è possibile osservare l'intera città fortificata.[13]

Oltre agli edifici absburgici di nuova costruzione, un cospicuo insieme di caserme è identificabile negli edifici religiosi demanializzati da Napoleone Bonaparte in seguito ai provvedimenti di legge degli anni 1805-1806 e 1810, e destinati all'uso militare. La conversione a caserme e altri servizi per l'esercito francese di ben tredici chiese e complessi conventuali, permise di far fronte alla nuova dimensione urbanistica della funzione militare, imposta alla città da un grande esercito permanente. Dopo il 1814, i medesimi edifici vennero per lo più mantenuti a servizio dell'esercito imperiale absburgico, con successivi lavori di adeguamento funzionale, di adattamento o di ampliamento.[13]

Le mura comunali di Verona, su cui furono costruiti in aderenza degli edifici destinati fin dall'origine a contenere caserme militari.

Tra gli edifici militari della piazzaforte vi sono infine un insieme di speciale interesse storico, edifici nati per l'uso militare che avevano conservato per secoli la loro originaria funzione. Nell'Ottocento erano infatti ancora in uso, con l'avvertita necessità di adeguamento alle nuove esigenze, le caserme edificate dalla Repubblica Veneta nel secondo Cinquecento a presidio delle porte urbane, e la caserma Catena, del primo Seicento, ragguardevole esemplare del tipo a corte. Altre caserme, forse di impianto visconteo o quattrocentesco veneto, costituiscono un insieme di speciale persistenza funzionale e di originale struttura architettonica, una sequenza lineare e continua di edifici situati lungo la muraglia comunale-scaligera che guarda alla Cittadella: in aderenza al lato di mezzogiorno, verso l'Adigetto, tali fabbricati militari si succedono dall'Adige fino alla Gran Guardia.[13]

Polveriere

Icnografia, sezioni e prospetti della polveriera Riformati, realizzata tra 1836 e 1837.

Per questioni legate alla sicurezza, nella piazzaforte furono realizzate sia polveriere per il tempo di guerra, dotate di tecnologia costruttiva con volte a prova di bomba, che polveriere per il tempo di pace, dotate di struttura ordinaria. Queste ultime furono edificate in aperta campagna, per preservare la città da devastazioni in caso di esplosioni dovute a fulmini, incendi o attentati. Nell'imminenza di un conflitto, le polveri in esse contenute dovevano però essere trasferite all'interno della città fortificata, nelle polveriere per il tempo di guerra; queste erano quindi coperte con struttura voltata a prova di bomba, ossia atta a resistere ai colpi delle artiglierie nemiche, in caso di assedio o bombardamento.[13]

Sezione di progetto della polveriera Campo Marzo, edificata nel 1837.

L'impianto architettonico delle polveriere veronesi esemplifica il tipo della polveriera ottocentesca absburgica, derivato dai magazzini per le polveri ideati tra Seicento e Settecento: si tratta di edifici a pianta longitudinale, rettangolare, con navata unica o duplice, coperta da volta a botte con soprastante massa coprente di terra nel caso delle struttura a prova di bomba. Le cosiddette volte boeme (emisferiche), senza massa coprente di terra, furono invece messe in opera nelle polveriere per il tempo di pace, a struttura costruttiva ordinaria. Le pareti laterali, all'interno, si articolano spesso in nicchie archeggiate, i cui piedritti fungono da contrafforti per le spinte orizzontali della volte di copertura.[13]

Piccole finestre con sportelli metallici e varie prese di ventilazione, con passante a tracciato spezzato, garantivano la necessaria illuminazione e la circolazione naturale dell'aria ma pure la sicurezza contro l'intrusione di corpi incendiari. La salubrità interna, prescritta per la conservazione delle polveri, era perfezionata dal pavimento a struttura lignea, distaccato dal terreno, con sottostante camera ventilata comunicante con le prese di ventilazione perimetrali.[13]

Infrastrutture

L'imponente stazione di Porta Vescovo in una fotografia dei primi anni del Novecento.

Il ruolo assunto dalla città nel contesto strategico del Lombardo-Veneto, incise anche sullo sviluppo delle principali infrastrutture realizzate, in particolare dei tracciati viari e della ferrovia.[19]

La costruzione della strada ferrata Ferdinandea, infatti, portava con sé alcuni rischi connessi al passaggio della linea in prossimità delle mura magistrali oltre che connessi alla difesa del tracciato: anche se la linea ferroviaria non nasceva con scopi militari, infatti, poteva assumere forte rilevanza in caso di guerra. Proprio per questo motivo il progettista Giovanni Milani dovette discutere la pianificazione del percorso con una commissione mista, composta di una rilevante parte di rappresentanti dell'esercito: oltre il delegato provinciale barone De Pauli e il direttore dell'ufficio delle pubbliche costruzioni Matteis, erano infatti presenti il colonnello Hlavaty, direttore dell'I.R. Ufficio delle Fortificazioni, e il capitano dello Stato maggiore Huyon.[19]

Il ponte lapideo della ferrovia, realizzato per consentire il collegamento tra le due stazioni cittadine e quindi con Milano.

Tra i problemi che la commissione dovette porsi vi era in particolare la realizzazione della stazione di Porta Vescovo, da edificarsi a breve distanza dall'omonima porta militare, e il percorso che da questa procedeva, superato l'Adige su un ponte ferroviario, verso la fermata minore di Porta Nuova, in prossimità, invece, della porta sanmicheliana: tale percorso si avvicina pericolosamente alle mura, tanto che all'altezza del bastione di Campo Marzo dista solamente un centinaio di metri da esse. Un simile tracciato richiedeva quindi un rafforzamento delle difese e alcuni interventi di protezione.[19]

Il principale riguardò la grande stazione di Porta Vescovo, con i diversi fabbricati di servizio e gli opifici, poiché interferiva con le artiglierie dei fronti bastionati che andavano dalla rondella di Santa Toscana al baluardo di Campo Marzo; inoltre, in caso di guerra, i nemici avrebbero potuto prendere la stazione e stabilirvi un caposaldo offensivo contro la città. Tra il 1857 e il 1859 si pose rimedio a tale svantaggio racchiudendo l'intero complesso della stazione con una cinta fortificata, ordinata per la difesa di fucileria, munita di tre grandi caponiere casamattate per il fiancheggiamento dei lunghi lati del recinto tramite tiri di artiglieria.[20]

Vista lato campagna di porta Vittoria, realizzata nel 1838 per facilitare l'accesso al nuovo cimitero monumentale.

La prima guerra d'indipendenza italiana evidenziò definitivamente l'importanza tattica della ferrovia, che venne in gran parte danneggiata dalle operazioni belliche, risultando inutilizzabile: in pochissimi mesi, sotto la supervisione dell'ingegnere Luigi Negrelli, venne ripristinato il collegamento tra Venezia e Vicenza, dove al tempo terminava la tratta, e si riuscì a prolungarlo fino a Verona, in modo da poter muovere mezzi e uomini con decisiva tempestività. Terminato il conflitto si decise pertanto di prolungare la linea ferroviaria verso le altre fortezze del Quadrilatero: nel 1851 si concluse il tronco di Mantova; nel 1853 venne collegata Peschiera, per la prosecuzione su Milano; infine nel 1858 terminarono i lavori sul collegamento Verona-Trento.[21]

Anche l'intervento sulle infrastrutture viarie fu significativo, in quanto i movimenti delle truppe, dei rifornimenti e i collegamenti tra fortezze dovevano avvenire su percorsi rapidi e agevoli. Per queste necessità, oltre alla manutenzione delle strade postali di collegamento tra i centri vicini, ci si impegnò nella realizzazione di nuove carrabili ad uso militare, alcune delle quali accessibili anche ai civili, la cui progettazione, costruzione e manutenzione venne affidata alla k.k. Genie Direktion Verona. In particolare queste ultime raggiunsero un'estensione di quasi 100 km, la maggior parte delle quali realizzate nei dintorni di Verona.[22]

Fondamentali dal punto di vista urbanistico fu la realizzazione delle circonvallazioni esterna e interna alla cinta magistrale, con i 25 varchi di collegamento tra le due (si cui solo 10 utilizzabili dai civili). Questo doppio sistema consentiva un collegamento veloce e protetto per i soldati e i rifornimenti, anche di materiale bellico. Visto che le polveriere dei bastioni avevano una riserva limitata, era importante consentire un agevole accesso alle quattro polveriere di maggiori dimensioni e al laboratorio d'artiglieria.[22]

Conseguenze sull'economia locale

Gli effetti di una così alta presenza di militari in città si videro naturalmente anche sulla componente economica. La storiografia risorgimentale diede una visione negativa di quell'aspetto, considerando poco rilevante il settore edile e sottolineando le difficoltà del settore manifatturiero (legate più probabilmente all'aumento della tassazione e alle malattie che colpirono la vite e il baco da seta). Appare invece più verosimile, dalle testimonianze del periodo, che il giro di affari aumentò in maniera considerevole e che vi fu una prosperità diffusa.[23]

Il mercato di piazza delle Erbe a metà Ottocento.

Proprio quello edile fu sicuramente uno dei settori trainanti, in quanto la guarnigione imperiale abbisognava di tutta una serie di servizi e lavori legati alla costruzione, al restauro, alla manutenzione e conservazione di tutte le strutture destinate ad uso militare. Uno dei principali imprenditori fu senz'altro il veronese Luigi Trezza, cui i militari affidarono cantieri anche di notevole importanza, il maggiore dei quali fu quello relativo alla costruzione dell'arsenale di Artiglieria Franz Josef I, il cui costo preventivato, al 1854, era di ben 2 821 500 lire austriache. Egli non fu tuttavia il solo a giovarsi di questa situazione, infatti, se nel 1836 erano presenti a Verona solamente 13 imprenditori edili, nel 1852 si arrivò alla considerevole cifra di 42 imprese.[24]

Soldati austriaci al caffè in un disegno di Carlo Ferrari. La loro presenza era divenuta, nella Verona dell'Ottocento, una presenza caratteristica.[25]

Anche il mercato immobiliare subì una rivoluzione, sia per venire incontro alle esigenze abitative dei soldati sia per la necessità di spazi per gli uffici. Quella dell'affitto, quindi, divenne per i privati una pratica particolarmente redditizia (ma maggiori entrate vi furono anche per gli imprenditori che eseguirono i lavori di ristrutturazione degli alloggi e per gli artigiani e i commercianti che fornirono gli arredi): gli ufficiali, provenendo per la maggior parte da famiglie nobili, cercarono abitazioni adatte alle loro esigenze e al loro status; i soldati di più basso rango trovarono spesso collocazione da affittacamere o in alloggi o locali privati; infine molti immobili furono locati per soddisfare l'esigenza di uffici e caserme.[26]

Naturalmente i soldati, oltre all'alloggio, necessitarono anche di beni di prima necessità, abbigliamento e accessori; essi contribuirono quindi ad arricchire i commercianti cittadini. Inoltre, nel giro di pochi anni, aumentarono notevolmente di numero i luoghi di svago, in proporzione decisamente maggiore rispetto a quella che fu la crescita di popolazione civile: dal 1822 al 1861, infatti, distillerie, caffè, bettole, osterie, trattorie, alberghi e sale da bigliardo passarono da 466 esercizi a ben 559.[27]

Elenco delle opere militari

Cinta magistrale

Porte d'accesso

Bastioni di destra d'Adige

Bastioni di sinistra d'Adige

Campi trincerati

Forti collinari e forti avanzati di pianura

Primo campo trincerato

Secondo campo trincerato

Stabilimenti e caserme

Note

  1. ^ Ferrari, p. 373.
  2. ^ Introduzione all'opera, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  3. ^ Come scritto da Sergio Marinelli. Conforti Calcagni, p. 110.
  4. ^ Conforti Calcagni, p. 109.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n I forti collinari e i forti avanzati di pianura, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  6. ^ a b Ferrari, p. 374.
  7. ^ Conforti Calcagni, p. 107.
  8. ^ a b Conforti Calcagni, pp. 104-105.
  9. ^ Ferrari, pp. 374-375.
  10. ^ a b c d e f g h Forti distaccati del primo campo trincerato di pianura, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  11. ^ a b c d e f g h Forti distaccati del secondo campo trincerato, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  12. ^ a b c d e f Completamento del secondo campo trincerato, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  13. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Edifici militari della piazzaforte, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  14. ^ Ferrari, p. 381.
  15. ^ a b Ferrari, p. 380.
  16. ^ Marinelli, p. 189.
  17. ^ Marinelli, pp. 189-191.
  18. ^ a b Ferrari, p. 381.
  19. ^ a b c Ferrari, p. 378.
  20. ^ Difese della stazione di Porta Vescovo, su mapserver5.comune.verona.it. URL consultato il 29 novembre 2020 (archiviato il 29 novembre 2020).
  21. ^ Ferrari, pp. 378-379.
  22. ^ a b Ferrari, p. 379.
  23. ^ Ferrari, p. 386.
  24. ^ Ferrari, p. 384.
  25. ^ Marinelli, p. 190.
  26. ^ Ferrari, p. 383.
  27. ^ Ferrari, p. 385.

Bibliografia

  • Annamaria Conforti Calcagni, Le mura di Verona, Caselle di Sommacampagna, Cierre, 2005, ISBN 88-8314-008-7.
  • Maria Luisa Ferrari, Verona piazzaforte d'Armata del Lombardo-Veneto. Le opere strategiche e le infrastrutture, in Massimiliano Savorra e Guido Zucconi (a cura di), Città & Storia. Spazi e cultura militare nelle città dell'Ottocento, n. 2, Roma, Università Roma Tre, 2009, ISSN 1828-6364 (WC · ACNP).
  • Orietta Marinelli, L'architettura militare austriaca, in Sergio Marinelli (a cura di), L'Ottocento a Verona, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2001, ISBN 978-88-8215-364-9.

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